Antonella Fornari

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"Nell'anima un addio": Dolomiti, poeti, scrittori e artisti fra la fine del Milleottocento e Caporetto

Che un uomo impulsivo, generoso, sanguigno, dal carattere introverso e battagliero, bollentissimo patriota si trasformasse in romantico sognatore dal cuore catturato dal "sentimento della cima", mi fa pensare che i monti, soprattutto i "Monti Pallidi", le Dolomiti, custodiscano nei loro anfratti misteriose formule magiche capaci di mutare anche l'animo più forte e tenace. Parlo di Giosuè Carducci.
Frequentando i monti ho capito che molti poeti e letterati furono catturati da questo mondo dal fascino straordinario.
E lo cantarono, in pace come in guerra.
Racconti a volte terribili e crudeli, ma dai quali i monti emergono quasi sempre come fonti di taumaturgica bellezza.
E il Carducci, con l'ode "Cadore" pare avesse gettato il seme per questa scrittura nuova dedicata ai monti, una scrittura che sopravviverà alla Grande Guerra, una scrittura che ancora oggi ci fa guardare alle cime con sguardo da artisti, da innamorati, stregati da architetture divine.
Echi del Risorgimento. Echi di un secolo che si spegneva. Nuove correnti letterarie proiettate verso incalzanti tecnologie.
Una guerra fatta di lunghe attese all'addiaccio, di freddo, di paura, di neve, di tormenti, di ignoto di funamboliche arrampicate.
Una guerra di soldati. Una guerra di poeti.
Ed è di loro che ho narrato, a ritrovarne le tracce a volte disperse fra le pietre dei monti.
Da Carducci a Giuseppe Ungaretti; dai fratelli Piero ed Enrico Jahier a Curzio Malaparte, da Corrado Govoni a Luis Trenker, da Cesco Tomaselli a Renzo Boccardi, da Ubaldo Riva a Edgardo Rossaro per finire con il Prof. Giovanni Fabbiani che amò la sua terra, "il Cadore" con senso di appartenenza, con quel sentimento di possesso che solo l'amore vero può dare: quello per il proprio paese, quell'amore per il quale e al quale si può dedicare la propria vita. Storie narrate e ripercorse tra scorci di ineffabile bellezza. Storie narrate e ripercorse perché nessuno mai debba trattenere nel proprio cuore il sentimento dell'abbandono, quel sentimento che rese difficile - seppure in guerra - lasciare alle spalle i monti.
"… fu un addio doloroso quello alla vigilia di Caporetto quando, invitti, i soldati italiani abbandonarono le creste e le forcelle così faticosamente ed orgogliosamente conquistate … Basta leggere le pagine strazianti dei diari o le testimonianze dei sopravvissuti per capire come quell'addio fosse molto simile ad un addio amoroso …"
I monti, la poesia, la tragedia di Caporetto, la volontà di ricominciare a vivere dopo il dramma infinito della guerra …





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